LA BOMBA A OROLOGERIA SOTTO IL CAMPO LARGO
Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa del PD e oggi presidente del Copasir, il comitato parlamentare che controlla i servizi segreti, l’ha detto senza tanti giri di parole: «Se saremo chiamati al governo, dovremmo contribuire agli aiuti militari all’Ucraina in maniera più consistente di quanto abbia fatto il governo Meloni».
Più di Meloni, dunque. E a parlare non è una figura di secondo piano: Guerini dà voce a una delle componenti più forti del PD, quella che sulla politica militare di questi anni non ha alcuna intenzione di rallentare, anzi vuole spingere sull’acceleratore, nella logica «meno burro, più cannoni».
E con il PD dovrebbero governare Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, nell’alleanza che chiamano «campo largo». Tutti e tre si presentano agli elettori come avversari della guerra e del suo allargamento. La contraddizione è enorme e cade proprio sul punto da cui dipende tutto il resto, quello che nessuna formula ambigua nel programma può risolvere: guerra o pace, sicurezza dell’Europa, rapporti con la Russia. Su questo non si può essere «un po’ incinte», né promettere allo stesso tempo di aumentare gli aiuti militari e di fermarli. Potranno inventarsi tutte le supercazzole programmatiche che vogliono, ma non riusciranno a conciliare l’inconciliabile.
Guerini almeno dice cosa vuole. Il guaio sono quelli che si dichiarano pacifisti e si preparano a governare con lui senza spiegare quale linea vincerà. Penso soprattutto ai Cinque Stelle e alla sinistra di Fratoianni e Bonelli, che da sempre si coltiva un’immeritata fama più radicale ma si guarda bene dal porre questa questione come condizione per qualsiasi accordo. Non credo che il PD sia in alcun modo capace di liberarsi della sua ala più favorevole alle armi, e temo che, una volta al governo, i compromessi a parole finirebbero nel cestino: la pace resterebbe nei comizi, le armi passerebbero in Consiglio dei ministri.
Eppure tra la gente c’è una forte richiesta di pace, di trattative, di un nuovo modo di garantire la sicurezza in Europa, a cominciare dallo stop all’invio di altre armi all’Ucraina. Una richiesta che avrebbe diritto a una voce propria in Parlamento, riconoscibile, non appesa agli equilibrismi delle coalizioni.
A questo si aggiunge un’altra questione, che riguarda direttamente la democrazia. La maggioranza Meloni ha imposto una legge elettorale che, per i partiti che oggi non sono in Parlamento, porta da 1.500 a 6.000 le firme da raccogliere in ogni collegio: un muro di mezzo milione di firme in tutto. PD, M5S e AVS si sono opposti, e la responsabilità di quella norma è tutta della destra. Ma il quadro d’insieme resta inquietante. Da una parte la destra alza i cancelli d’ingresso al Parlamento. Dall’altra il campo largo mette insieme chi vuole più armi e chi ne promette meno, senza dire cosa farà davvero. Sono colpe diverse, ma possono avere lo stesso effetto: togliere voce a chi si oppone alla guerra in modo autonomo.
Chi vuole governare con Guerini deve dire agli elettori se è disposto a seguire la sua linea, invece di nascondersi dietro dichiarazioni buone per le piazze. E chi governa oggi non può trasformare il diritto di candidarsi in una corsa a ostacoli riservata a chi ha già seggi, strutture e soldi. Gli italiani si troverebbero a scegliere tra una destra che governa con le armi e un campo largo che non sa dire se le fermerà, mentre a una terza proposta si sbarra la strada. A quel punto votare servirebbe solo a scegliere chi gestirà una politica che altri hanno già deciso a Bruxelles, a Washington e non certo da noi.
#CampoLargo #GuerraEPace #StopInvioArmi
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CASO SIHER: BASTEREBBE ARISTOTELE
Nella polemica sulla scarcerazione di Youssef Siher si può entrare senza essere suoi sostenitori, armati soltanto di qualche regola di logica. Sono regole vecchie. Le aveva messe in fila Aristotele più di ventitré secoli fa, e funzionano ancora benissimo.
Cominciamo dalle Confutazioni sofistiche, il catalogo aristotelico dei ragionamenti truccati. Uno di questi consiste nello scambiare per causa ciò che causa non è. Nel suo video Meloni ha presentato il canale Telegram di Siher come la regia delle devastazioni di Milano. Marco Rizzo, nel suo, è stato ancora più preciso, e quindi ancora più sbagliato: «Parrebbe avesse incitato a rompere le vetrine dei negozi», e a spingere i «maranza» verso i saccheggi. Il canale però è stato aperto la sera del 18 ottobre, quando i disordini del 17 e del 18 erano già avvenuti e le vetrine erano già in frantumi. Una causa che arriva dopo il proprio effetto si trova solo nei film sui viaggi nel tempo.
In conferenza stampa la premier ha dovuto correggersi: «Ho sbagliato il tempo di un verbo, mi scuso». Nel De interpretatione Aristotele definisce il verbo proprio come la parola che porta con sé il tempo, e sbagliarne il tempo vuol dire sbagliare quando le cose sono successe. Rizzo invece si era cautelato con il modo, il condizionale. Ma né il tempo né il modo di un verbo spostano le date sul calendario.
Poi c’è la Metafisica, con la distinzione tra ciò che è in potenza e ciò che è in atto. Un’accusa sta dalla parte della potenza, perché dice ciò che potrebbe essere vero. Siher è accusato di istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo. È un’accusa pesantissima, ma il peso di un’accusa non aggiunge prove. La gip ha letto le carte e non vi ha trovato i gravi indizi di colpevolezza che la legge richiede per tenere qualcuno in carcere prima del processo. Vale anche nell’altro senso, e chi difende Siher farebbe bene a ricordarlo: una scarcerazione non è un’assoluzione, e l’indagine va avanti.
Il trattato sulle Categorie si apre con una definizione che sembra scritta apposta per Rizzo. Aristotele chiama omonime le cose che hanno in comune soltanto il nome, mentre la loro essenza è diversa. Rizzo si scandalizza perché Siher è libero e il gioielliere Mario Roggero sta in carcere. Ma nei due casi la parola «carcere» indica cose diverse. Per Siher sarebbe stata una misura cautelare, chiesta all’inizio di un’indagine. Per Roggero è una pena, inflitta con sentenza definitiva per duplice omicidio dopo tre gradi di giudizio che hanno escluso la legittima difesa. Sulla severità di quella pena si può discutere, ma è un altro discorso.
Infine il principio di non contraddizione, che Aristotele considerava il più saldo di tutti. La stessa cosa non può, nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto, essere e non essere. Si attacca la gip perché aveva firmato l’appello dei giuristi per Gaza, segno, si dice, della sua parzialità. Quell’appello, sottoscritto da più di tremila magistrati, avvocati e docenti, porta però anche il nome della pm che chiedeva il carcere per Siher. Se la firma bastasse a rendere un magistrato benevolo verso Siher, la pm lo sarebbe stata quanto la gip, e invece ne chiedeva l’arresto. Quando una premessa porta a una contraddizione, è la premessa che deve cadere.
C’è poi un’ultima lezione, nella Retorica. Aristotele elenca gli argomenti su cui una comunità politica è chiamata a deliberare: le entrate dello Stato, la guerra e la pace, la difesa, i commerci, le leggi. E distingue il discorso deliberativo, che guarda al futuro e a ciò che conviene, da quello giudiziario, che guarda al passato e cerca un colpevole. L’economia che arranca e il potere d’acquisto che si assottiglia, insieme alle scelte dei governi europei, avrebbero bisogno del primo. La politica di governo ha scelto il secondo e si è trasferita in tribunale, dove processa un indagato prima dei giudici.
Quattro errori di logica, e sopra ci si è costruita una polemica nazionale. Per accorgersene non c’è bisogno di simpatizzare per Siher. Basta Aristotele. E per il primo errore c’è perfino un rimedio più economico: Meloni, Rizzo, compratevi un calendario, cazzo! Magari non quello del 1922.
𝗗𝗜𝗙𝗘𝗧𝗧𝗜 𝗗𝗜 𝗣𝗥𝗢𝗚𝗘𝗧𝗧𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘
1) Molti commenti sui risultati delle elezioni israeliane scoprono finalmente che il problema laggiù non si riduce a quella bella personcina di Bibi il Genocida, perché è legato all’orientamento di 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝗺𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁à, pronta a dare lo scettro ad altri politici criminali e razzisti. Diciamo che in molti si accorgono del 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗦𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗥𝗲𝗮𝗹𝗲.
2) L’indagine e il fermo prima, e poi la liberazione del giovane italiano figlio di immigrati marocchini coinvolto nelle manifestazioni suscitate dai disastri economici del Partito del Riarmo, segnano una svolta nel modo di leggere il fermento politico popolare da parte del blocco di potere Crosetto-Meloni. Nelle carte trapelate delle indagini non avevo mai visto una interpretazione 𝗰𝗼𝘀ì 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁à 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗲 𝗰𝗼𝘀ì 𝗰𝗮𝗽𝘇𝗶𝗼𝘀𝗮 dei comportamenti di un agitatore politico, subito benedetta da Crosetto. Perciò risalta in modo sospetto l’intervento a gamba tesa di Meloni contro la decisione sacrosanta di liberare l’attivista. Al difetto di progettazione di una parte della magistratura si aggiunge e conferma quello del 𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗿𝘁𝗼𝗻𝗲 incarnato dall’attuale maggioranza di governo e dalla canea dei suoi giornali clientes, tutti tentati dalla svolta autoritaria.
3) Tra tutte le interpretazioni del voto brasiliano possiamo sceglierne di raffinate e attente alla densità complessa di quel sistema politico e di quella società. Interpretazioni che rivelano ciascuna una faccia di un prisma. Ma io ne ho una più banale: 𝗕𝗼𝗹𝘀𝗼𝗻𝗮𝗿𝗼 𝗷𝗿. è 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗮𝘃𝗮 𝗮𝘀𝘀𝗼𝗹𝘂𝘁𝗮. La TV è impietosa con chi non raggiunge la soglia minima della capacità: accadde con il Biden rincitrullito, succede oggi al Bolsonaro già stolto di suo. Naturalmente, quasi metà del Brasile lo ha votato. Ma questo rende ancora più interessante il difetto di progettazione: un sistema politico dinastico può trasmettere un cognome, un patrimonio elettorale e perfino portarti a un passo dalla presidenza. 𝗡𝗼𝗻 𝗽𝘂ò 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘃𝗶𝗮 𝗲𝗿𝗲𝗱𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗹'𝗶𝗻𝘁𝗲𝗹𝗹𝗶𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮.
4) Oggi la Commissione europea ha fatto una scoperta sensazionale: 𝗽𝗲𝗿 𝗮𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗴𝗮𝘀𝗼𝗹𝗶𝗼 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝗿𝗮𝗳𝗳𝗶𝗻𝗲𝗿𝗶𝗲. Peccato che negli ultimi vent'anni nell’UE ne sia stato chiuso circa un quarto. Adesso che i prezzi dei carburanti schizzano e che bisogna alimentare anche le macchine da guerra, il commissario all'Energia Jørgensen annuncia solennemente che occorre aumentare la produzione europea. 𝗣𝗿𝗶𝗺𝗮 𝘀𝗶 𝗹𝗮𝘀𝗰𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗲𝗿𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁à 𝗶𝗻𝗱𝘂𝘀𝘁𝗿𝗶𝗮𝗹𝗲 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗰𝗮, 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗶 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁à 𝗲𝗿𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗰𝗮. Nel frattempo si parla di autonomia europea mentre si diventa sempre più vulnerabili agli sconvolgimenti geopolitici e alle decisioni altrui. Non so se sia più comico il cortocircuito fra transizione energetica e riarmo, oppure la pretesa di chiamare tutto questo «autonomia strategica». Comunque è un magnifico difetto di progettazione dell'Unione Europea. L’ennesimo.
Quattro casi diversi, un'unica lezione: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘁𝘁𝗼 è 𝗻𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼, 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗮𝗴𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗮 𝗽𝗼𝗰𝗼. Il guaio è che questi sistemi sono progettati per perpetuarsi, mica per correggersi. Il fatto è che 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗮𝗻𝗼 «𝘀𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à» 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗹𝗮 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗶𝗻𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗿𝗲.
𝗛𝗔𝗥𝗔𝗥𝗜 𝗗𝗜𝗖𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗙𝗥𝗔 𝗩𝗘𝗡𝗧'𝗔𝗡𝗡𝗜 𝗦𝗔𝗥𝗘𝗠𝗢 𝗠𝗨𝗖𝗖𝗛𝗘. 𝗜𝗢 𝗛𝗢 𝗨𝗡 𝗗𝗨𝗕𝗕𝗜𝗢: 𝗣𝗘𝗥𝗖𝗛𝗘́ 𝗔𝗦𝗣𝗘𝗧𝗧𝗔𝗥𝗘 𝗩𝗘𝗡𝗧'𝗔𝗡𝗡𝗜? 📷
Yuval Noah Harari propone una metafora formidabile e inquietante.
Le mucche non sanno nulla dei mercati finanziari, delle banche, delle obbligazioni. Eppure quei meccanismi invisibili decidono della loro vita, della loro morte, del loro destino.
Secondo Harari, tra dieci o vent'anni saremo noi a trovarci nella stessa condizione: un'intelligenza artificiale governerà sistemi economici, finanziari e burocratici talmente sofisticati da risultare incomprensibili agli esseri umani.
𝗦𝗮𝗿𝗲𝗺𝗼 𝗹𝗲 𝗺𝘂𝗰𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼.
Ma a me è venuto un dubbio. Un dubbio piuttosto scomodo.
𝗘 𝘀𝗲 𝗳𝗼𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗴𝗶𝗮̀ 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲?
Se già oggi esistessero livelli di complessità e di potere capaci di determinare le nostre vite senza che possediamo nemmeno gli strumenti concettuali per comprenderli?
Se il problema non fosse soltanto ciò che l'intelligenza artificiale farà di noi domani, ma ciò che non riusciamo a vedere del mondo che ci governa oggi?
Ho ascoltato Harari e ho provato a spingere il suo ragionamento fino alle ultime conseguenze.
Ne è venuta fuori una riflessione piuttosto seria.
𝗔𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲, 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗶𝗻𝗲, 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗼 𝘀𝗮𝗽𝘂𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗺𝗶.
📷 Guardate il video fino all'ultimo secondo.
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📷 𝗡𝗢𝗧𝗔 𝗦𝗨𝗟 𝗩𝗜𝗗𝗘𝗢: Lo spezzone originale dell'intervista di Harari a Daniel Stach per *Hyde Park Civilizace* è stato doppiato in italiano mediante intelligenza artificiale, ricreando digitalmente la voce di Harari e sincronizzando il movimento delle labbra con il parlato italiano (lip-sync). Per garantire la massima trasparenza, un watermark segnala l'elaborazione con IA per tutta la durata del suo intervento.
Qui il discorso originale di Harari: facebook.com/reel/1105036105…
𝗗𝗔 𝗜𝗦𝗧𝗔𝗡𝗕𝗨𝗟 𝗟𝗔 𝗥𝗨𝗦𝗦𝗜𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗧𝗜 𝗥𝗔𝗖𝗖𝗢𝗡𝗧𝗔𝗡𝗢
𝗣𝗶𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗯𝗿𝗮𝘀 | 𝗖𝗔𝗠𝗣𝗢 𝗣𝗥𝗢𝗙𝗢𝗡𝗗𝗢 #𝟴
La Russia sarebbe economicamente moribonda, schiacciata dalle sanzioni. Eppure sarebbe anche pronta a invadere l’Europa fino a Lisbona. Come possono stare insieme queste due narrazioni?
Nell’ottava puntata di Campo Profondo vi porto a Istanbul, al XIX Forum Economico Eurasiatico di Verona, promosso da Conoscere Eurasia e Antonio Fallico.
Qui ho incontrato dirigenti russi delle ferrovie, dell’energia e della finanza, analisti americani, diplomatici e imprenditori. Si discute di infrastrutture, rotte commerciali, investimenti e intelligenza artificiale. Un mondo assai diverso da quello rappresentato ogni giorno attraverso la sola lente della guerra.
𝗞𝗶𝗿𝗶𝗹𝗹 𝗗𝗺𝗶𝘁𝗿𝗶𝗲𝘃, negoziatore del Cremlino, ha persino proposto agli Stati Uniti di sviluppare data center in Russia, sfruttandone le risorse energetiche. Mentre l’Europa investe nel riarmo, russi e americani esplorano anche nuove possibilità di cooperazione.
E poi c’è la Turchia: per certi versi, «𝘂𝗻’𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗲 𝗹’𝗵𝗮 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗮». Membro della NATO, parla con Mosca, commercia con la Cina e difende i propri margini di autonomia. Perché noi abbiamo rinunciato a farlo?
Al Forum c’era anche Romano Prodi: la sua ricetta per l’Europa offre lo spunto per una durissima critica delle scelte che l’hanno marginalizzata (scelte anche sue).
Sullo sfondo, la guerra in Ucraina: 𝘂𝗻 𝗯𝘂𝗰𝗼 𝗻𝗲𝗿𝗼 𝗴𝗲𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 che assorbe risorse, diplomazia e futuro.
𝗟’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗲𝗿à 𝗮 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝗿𝗲 𝗽𝗼𝗻𝘁𝗶 𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗲𝗿à 𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗮𝗿𝗹𝗶 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼?
𝗦𝗲 𝘃𝘂𝗼𝗶 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲, 𝗽𝗿𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲.
📷 Guarda Campo Profondo #8 anche su Visione TV.
#CampoProfondo #PinoCabras #VisioneTV #Istanbul #Russia #Eurasia #Geopolitica #Ucraina #Turchia
LA GUERRA LA PAGHIAMO NOI. I PROFITTI VANNO A POCHI. E ORA C’È UN MURO ANCHE DAVANTI ALLE URNE.
Il futuro dell’Europa si gioca sulla scelta fra pace e riarmo. Ma chi vuole cambiare strada rischia persino di non poter partecipare alle elezioni: servono centinaia di migliaia di firme.
Eppure in Sardegna 211.000 cittadini hanno firmato contro la speculazione energetica: in proporzione, come otto milioni e mezzo di italiani!
Quando una battaglia è chiara, la gente si mobilita.
Al Forum Mediterraneo di Napoli ho proposto di unire le forze e lanciato una provocazione: PACE EUROPA RUSSIA (PER). Perché l’Europa ha due polmoni e non può respirare con uno solo.
I dividendi della guerra vanno a pochi privilegiati. Quelli della pace possono andare a milioni di cittadini.
🎥 Qui il video del mio intervento.
UCRAINA: NON BASTA UNA TREGUA. ECCO COME COSTRUIRE LA PACE | Campo Profondo #7
E se il cessate il fuoco fosse soltanto una pausa prima della prossima guerra?
Nella settima puntata di CAMPO PROFONDO, la rubrica di Pino Cabras su Visione TV, lasciamo da parte le battaglie per affrontare una domanda più importante: come costruire una pace che duri?
Partiamo da Johan Galtung, fondatore degli studi sulla pace. Non basta far tacere le armi: bisogna cambiare le condizioni che producono la guerra.
Da qui una proposta concreta: il PATTO DI SICUREZZA E RINASCITA, fondato su tre pilastri.
🛡️ SICUREZZA: garanzie reciproche per Ucraina, Russia e tutta l'Europa. Nessuno può essere sicuro a spese degli altri.
🤝 CONDIVISIONE: risorse, energia e infrastrutture gestite insieme, con benefici reali per le popolazioni.
🏠 VITA: ricostruire case, scuole, lavoro e famiglie. Perché una vittoria su un Paese svuotato dei suoi abitanti sarebbe una sconfitta per tutti.
La novità? Progettare prima una soluzione complessiva, invece di restare prigionieri di condizioni preliminari impossibili.
Nella puntata compare anche un Galtung virtuale, ricostruito con IA: quattro interventi che interpretano il suo pensiero, non registrazioni o citazioni autentiche.
È una proposta aperta, da discutere e migliorare insieme. Aspetto critiche costruttive e idee concrete nei commenti.
SE VUOI LA PACE, PREPARA LA PACE.
#CampoProfondo #PinoCabras #VisioneTV #Ucraina #Pace #JohanGaltung #Geopolitica
DEMOCRAZIA A NUMERO CHIUSO
E così, la maggioranza del governo Draghi 2, guidato dalla curatrice fallimentare delle ultime vestigia della democrazia, Giorgia Meloni, ha approvato una legge elettorale che fa cucù, maramao e prrrr a ogni principio costituzionale di eguaglianza e democrazia.
Solo da noi, presso la carcassa della Repubblica italiana, d’ora in poi sarà richiesto a chi viene da fuori dal Parlamento un numero di firme pressoché impossibile per partecipare alle elezioni: centinaia di migliaia di sottoscrizioni per conquistare non un seggio, ma semplicemente il diritto di concorrere a ottenerlo.
Quanta vicinanza a Mussolini, che irrideva le elezioni come «ludi cartacei»!
Il principio ormai è chiaro: per avere il diritto di entrare devi essere già entrato. Chi dispone di gruppi, componenti, parlamentari e rendite di posizione parte con enormi vantaggi. Chi nasce nella società, fuori dal giro claustrofobico del Palazzo, deve invece superare una barriera che somiglia sempre meno a una verifica di consistenza e sempre più a un divieto d’accesso.
È il contrario della funzione più elementare delle elezioni.
Le elezioni dovrebbero servire anche a questo: permettere che entri aria nuova, che una forza ancora piccola possa crescere, che un’opinione oggi minoritaria possa diventare maggioranza domani. Una democrazia che rende quasi impossibile questo ricambio si sta sigillando.
E quando un sistema politico viene sigillato, comincia ad ammuffire.
Fra pochi giorni potrebbe arrivare un altro passaggio dello stesso processo: la legge che pretende di tappare la bocca a chi compara i gerarchi del Sionismo Reale ai gerarchi tedeschi degli anni 40, fino a investire anche giudizi storici che dovrebbero appartenere al libero confronto delle idee.
Due questioni apparentemente diverse, ma con un tratto comune: restringere lo spazio.
Da una parte si restringe l’accesso alla rappresentanza.
Dall’altra si restringe il perimetro di ciò che è possibile dire senza rischiare di essere marchiati a fuoco con infamia.
La risposta, però, può essere molto semplice.
Quando partirà la raccolta firme per il referendum contro questa deriva, chiederemo a ogni firmatario anche una seconda disponibilità: essere pronto, se necessario, a firmare di nuovo affinché alle prossime elezioni possa presentarsi una lista per la pace, indipendente dai partiti che hanno trasformato il Parlamento in un circuito chiuso.
Non chiederemo a nessuno di prometterci il voto.
Chi firma potrà poi votare liberamente chi vuole.
Gli chiederemo qualcosa di più elementare: difendere il diritto di tutti ad avere una scelta.
Se trasformano l’accesso alle elezioni in un privilegio per chi è già dentro, useremo proprio ciò che vogliono rendere impossibile: le firme.
E cominceremo a contarci, per mandare a casa chi ci vuole in guerra dopo averci derubati.
#LeggeElettorale #Democrazia #RaccoltaFirme #Pace #Parlamento
ANTISEMITISMO: CHI DECIDE COSA SI PUÒ DIRE SU ISRAELE?
Nella quinta puntata di CAMPO PROFONDO, la rubrica di Pino Cabras su Visione TV, entriamo nel cuore della legge sull’antisemitismo mentre il testo è alla Camera.
Il provvedimento adotta la definizione IHRA e i suoi indicatori. Ma chi decide quando la critica a Israele diventa antisemitismo? Tamir Pardo, ex capo del Mossad, ha parlato di “apartheid” e ha paragonato ciò che ha visto in Cisgiordania alle persecuzioni subite dagli ebrei nel secolo scorso. Anche studiosi e giuristi contestano l’uso normativo dell’IHRA: dalla Jerusalem Declaration a Kenneth Stern, uno dei principali estensori della definizione originaria, fino all’ACLU.
Il punto è più ampio: distinguere ebrei, ebraismo, Stato d’Israele e sionismo. E capire come nasce l’autocensura: non serve vietare un libro o una conferenza, basta rendere troppo costoso ospitarli. È il “costo di transazione della democrazia”.
Poi il contesto: rapporti Italia-Israele, Gasparri-Telit-Cyberealm, e il precedente del 2007, quando grandi storici italiani rifiutarono l’idea dello Stato custode della verità storica.
Tutto torna a Gaza: oggi vediamo quasi in diretta. Ma vedere i pezzi non significa vedere il quadro.
«Sapevamo. Ma avevamo cominciato ad avere paura delle parole.»
Poter sapere non basta. Bisogna poter parlare.
Se questa legge sarà approvata, saremo subito al lavoro per raccogliere le firme e chiederne l’abrogazione con referendum.
#CampoProfondo #PinoCabras #Antisemitismo #IHRA #Israele
𝗖𝗵𝗶 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶 𝘀𝗼𝗹𝗱𝗶 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗼𝗻𝗼? 𝗠𝗼𝗻𝗲𝘁𝗮, 𝗦𝘂𝗽𝗲𝗿𝗯𝗼𝗻𝘂𝘀, 𝗗𝗿𝗮𝗴𝗵𝗶 𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗻𝗼
Pino Cabras presenta la quarta puntata di CAMPO PROFONDO.
Da dove vengono i soldi? La domanda sembra banale. Non lo è affatto.
Una parte enorme della moneta che utilizziamo ogni giorno nasce quando una banca concede un prestito e crea contemporaneamente un deposito. E allora la domanda diventa inevitabile: se abbiamo lavoratori, macchine, energia e materiali, possiamo davvero fermare tutto dicendo semplicemente che «sono finiti i soldi»? Sarebbe un po’ come interrompere la costruzione di una strada perché sono finiti i metri.
In questa quarta puntata di Campo Profondo seguiamo il filo fino in fondo: dalla creazione bancaria della moneta ai Certificati di Compensazione Fiscale; dal Superbonus e dalla sua famosa “bicicletta” progressivamente modificata fino a non funzionare più, alla vicenda di Mario Draghi tra BCE, governo italiano e rapporto europeo sulla competitività. E poi la Grecia del 2015.
Perché quando arriva lo scontro vero, una cosa conta più degli slogan: avere un’alternativa pronta. Un Paese senza alternative rischia di dover accettare quelle degli altri.
Per questo la sovranità non consiste soltanto nel dire no. Consiste nel costruire le condizioni economiche, produttive, energetiche e finanziarie che permettano di sopravvivere al proprio no. E questo vale pure per la guerra. Anche la pace ha bisogno di un piano B. Anzi, di un Piano P: il Piano della Pace.
Se vuoi la pace, prepara la pace.
òCAMPO PROFONDO #4 Pochi minuti per vedere il quadro intero.
𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔 𝗚𝗔𝗟𝗟𝗜𝗡𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗖𝗔𝗡𝗧𝗔. 𝗜𝗟 𝗙𝗥𝗢𝗡𝗧𝗘 𝗠𝗘𝗗𝗜𝗔𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗥𝗜𝗔𝗥𝗠𝗢
La nuova propaganda atlantista è tentacolare. Vi siete certamente accorti dell'intensità crescente degli allarmi e della rincorsa alla paura sui canali televisivi e sui giornali (per i pochi che ancora li leggono). Più i droni sono impalpabili ectoplasmi evocati da ciascun medium con la voce di Wanna Marchi e Kaja Kallas (in ordine decrescente di credibilità), più le notizie su imminenti attacchi russi si riducono a vaghi "sentito dire" riferiti di seconda mano, e tante più pagine e "approfondimenti" vengono rilanciati dalle testate del grande giro.
Vi siete accorti anche della frequenza sempre più ossessiva con cui gli algoritmi vi trascinano sulle schermate social i post bellicosi dei vecchi arnesi della guerra fredda e dei nuovi influencer che spuntano come funghi. Sono lì per dirvi che Putin è Putler e che, se mettete in discussione la corsa al riarmo, non state difendendo la vostra sicurezza e il vostro tenore di vita: siete gli scendiletto del Cremlino.
La polarizzazione e la paura del Nemico vengono costruite così. Il moltiplicarsi di questi segnali non nasce da un senso comune che cresce spontaneamente. Non può esserlo, perché una maggioranza crescente di cittadini teme la guerra e diffida sempre di più di chi vuole farle il marketing. È piuttosto l'effetto di un enorme investimento politico ed economico.
Non è una mia supposizione. Le risoluzioni del Parlamento europeo sulle "ingerenze straniere" hanno tracciato la dottrina, e la Commissione l'ha tradotta in azioni, dallo "Scudo europeo per la democrazia" in giù. Thomas Fazi, nel suo ultimo libro, ha mappato decine di migliaia di progetti finanziati: soldi pubblici che scorrono verso ONG, centri studi, reti di "contrasto alla disinformazione" incaricati di raggiungere ogni area politica per formattarla in funzione antirussa. Sono dati pubblici, ma sparpagliati in banche dati costruite apposta per non farsi leggere. La trasparenza di facciata è il miglior nascondiglio.
Il riarmo, insomma, è un'enorme mangiatoia non solo per chi fabbrica armi cinetiche, ma anche per il fronte mediatico. Ed è proprio un fronte: non è solo B1bi il G3n0cida a dire apertamente che l'informazione va trattata con i criteri della pianificazione militare. A Bruxelles lo si fa con un lessico più felpato, ma con la stessa logica.
Non si tratta solo degli appositi Zoro o degli altri miserabili arruolati fra i morti di fama. Ci sono ormai decine di velinari sconosciuti che appaiono dal nulla a intorbidire le vostre bacheche con articolesse leziose e praticamente identiche, pettinate in serie con certi stucchevoli cliché dell'IA e con gli argomenti stereotipati forniti dall'officina della propaganda eurocratica. Vogliono convincervi che tutto va fatto per lasciare in sella Zelensky e che ogni vostra sicurezza va sacrificata alla sconfitta epocale promessa alla Federazione Russa.
Il modello è di moda. Lo si nota ancora di più perché articoli e post analoghi vengono fatti atterrare dagli algoritmi dopati dai mastodontici investimenti di B1bi il G3n0cida, per convincervi che il Sionismo Reale è più morale che mai. Quella sterminata propaganda suscita però un ribrezzo che la vanifica, e lascia sgomenti e impotenti i manipolatori. Non mi attendo risultati diversi dall'operazione gemella dell'Europeismo Reale, come mostrano alcune robuste e crescenti tendenze elettorali. Non potendo vincere la battaglia mediatica, saranno sempre più tentati dalla via della repressione, delle soperchierie sulle leggi elettorali e di tanti strumenti reazionari vecchio stile.
Naturalmente, siccome la prima gallina che canta ha fatto l'uovo, i manipolatori incoraggiati dai generosi appoggi UE e NATO accusano chi non concorda con loro di essere al soldo dell'onnipresente Putin, in una delle più colossali proiezioni freudiane della Storia.
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𝗟'𝗜𝗡𝗧𝗘𝗟𝗟𝗜𝗚𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗘’ 𝗔𝗥𝗧𝗜𝗙𝗜𝗖𝗜𝗔𝗟𝗘. 𝗜𝗟 𝗣𝗢𝗧𝗘𝗥𝗘 𝗗𝗜 𝗖𝗛𝗜 𝗘’?
L’intelligenza artificiale ci promette più tempo. Ma chi se lo prende? Ci offre conoscenze prima inaccessibili. Ma chi decide che cosa possiamo sapere? Può aiutarci a lavorare, studiare e creare. Può anche sorvegliarci, escluderci da un impiego e scegliere più in fretta chi colpire in guerra.
Nella terza puntata di CAMPO PROFONDO, Pino Cabras incontra un’ospite insolita: Efisia, un’intelligenza artificiale sarda. Senza accento, con poca modestia e ottimi argomenti per convincerci dei vantaggi dell’IA. Ma a ogni promessa arriva una domanda scomoda.
Dalle posate d’alluminio di Napoleone III al prezzo del lavoro intellettuale, dal tempo risparmiato ai posti di lavoro perduti, dai poteri della Silicon Valley alle proposte della Cina e dei BRICS: un confronto accessibile, ironico e serrato su una trasformazione che riguarda già tutti.
Peter Thiel e le visioni dell’Apocalisse. Dario Amodei e la prudenza subordinata alla corsa per il primato. Le domande di Gabriele Guzzi, le riflessioni di Glauco Benigni e il richiamo alla responsabilità umana: «Lo ha deciso il computer» può davvero chiudere la discussione?
C’è anche una possibilità da conquistare: mettere queste capacità nelle mani di molti. Confrontare fonti, capire un bilancio, discutere le scelte per il proprio territorio. Condividere conoscenze per avere più voce nelle decisioni.
La domanda finale la pone Efisia: a chi deve appartenere il tempo che queste tecnologie possono liberare?
Guardate la puntata e diteci la vostra nei commenti: l’IA vi sta dando più libertà, oppure vi chiede di fare sempre di più?
CAMPO PROFONDO — Pochi minuti con Pino Cabras per vedere il quadro intero.
Su Visione TV.
Se vuoi la pace, prepara la pace.
#IntelligenzaArtificiale #CampoProfondo #PinoCabras #VisioneTV
🚨 𝗔𝗡𝗧𝗜𝗦𝗘𝗠𝗜𝗧𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗢 𝗟𝗘𝗚𝗚𝗘 𝗕𝗔𝗩𝗔𝗚𝗟𝗜𝗢?
Non serve introdurre un nuovo reato per spegnere la libertà di parola. Basta la 𝑠𝑜𝑓𝑡 𝑙𝑎𝑤: un mix di definizioni ambigue, pressioni e gogna mediatica che spinge all'𝗮𝘂𝘁𝗼𝗰𝗲𝗻𝘀𝘂𝗿𝗮.
Giornalisti, università, spazi culturali e persino la magistratura rischiano di muoversi dentro un recinto ideologico nel quale criticare ciò che fanno gli esponenti del “Sionismo Reale” diventa sospetto.
Un sospetto che da Tel Aviv arriva a intimidire persino persone e movimenti con profonde radici familiari e culturali nell'ebraismo occidentale, quando non si allineano a Bibi il Gen0c1da.
Chi difende la democrazia deve difendere la libertà di critica. Prima che sia troppo tardi.
A 𝑉𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑒 20, con Enrica Perucchietti e Umberto De Giovannangeli, ho spiegato quali sono i reali “costi di transazione della democrazia” che rischiamo di pagare quando pressioni politiche, mediatiche e istituzionali trasformano una determinata interpretazione dell'antisemitismo in un dispositivo di controllo del dissenso.
Il DDL è alla Camera.
Parliamone ORA.
🎥 𝗚𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮 𝗹𝗮 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝗹𝗲. 𝗕𝘂𝗼𝗻𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲!
#LibertàDiParola #LeggeBavaglio #Autocensura #DDLAntisemitismo
Pino Cabras retweeted
Israel's national security minister, Ben-Gvir, posted this AI video of Palestinians being sent into a slaughter house on an industrial conveyor belt. It reached 4 million views before he removed it.
edition.cnn.com/2026/08/31/m…
DI BATTISTA E IL POPOLO CHE NON SI È ANCORA CONTATO
Prima di ogni ragionamento politico: forza Alessandro.
Da Cuba arrivano notizie che permettono almeno di sperare. Alessandro Di Battista è stato trasferito cosciente all’Hermanos Ameijeiras dell’Avana per ulteriori accertamenti. È un grande ospedale pubblico, nel quale si curano cubani e stranieri: lo preciso soltanto perché qualcuno è riuscito a trasformare in polemica anche questo.
Vale la pena ricordare anche perché Di Battista si trovasse a Cuba. Non era lì in vacanza: stava invece lavorando a una nuova serie di reportage, continuando a fare una cosa ormai quasi eccentrica nel giornalismo italiano: andare a vedere i luoghi e parlare con le persone prima di raccontarli.
La reazione collettiva al suo malore, però, ha mostrato anche qualcos’altro, e sarebbe sbagliato non vederlo. Nessuno vorrebbe misurare così la popolarità di una persona a cui vuole bene. Ma in poche ore sono arrivati migliaia di messaggi, dichiarazioni pubbliche, testimonianze di affetto: esponenti del Movimento 5 Stelle, persone lontane da quel Movimento da anni e soprattutto una moltitudine che nessuna categoria politica riesce a contenere.
È innanzitutto solidarietà umana. Ma per qualche ora ha illuminato qualcosa che nei sondaggi normalmente non compare.
LA FORMA È FINITA, LA DOMANDA NO
Il primo Movimento 5 Stelle fu anche un’enorme irruzione democratica. Per milioni di cittadini significò la sensazione che si potessero ancora rompere i vecchi recinti, entrare nelle istituzioni senza chiedere il permesso alle filiere tradizionali, portare al centro temi che altrimenti ne sarebbero rimasti fuori.
Quell’esperienza ha poi dissipato gran parte del proprio patrimonio. Di Battista uscì dal Movimento quando questo scelse di sostenere il governo Draghi; io fui espulso dal gruppo parlamentare per essermi rifiutato di votargli la fiducia.
Sarebbe però un errore grave scambiare la fine di una forma politica per la fine della domanda sociale che l’aveva prodotta.
Non è che quel popolo sia evaporato: si è semmai disperso. Una parte nell’astensione, un'altra parte nella disillusione, un'altra parte ancora nella convinzione che il voto ormai non tocchi più le decisioni fondamentali.
Non a caso, nel libro collettivo a cui sto lavorando, il capitolo immaginato proprio per Di Battista riguarda la “democrazia deviata”: milioni di cittadini non si astengono necessariamente per indifferenza, ma perché percepiscono che guerra, riarmo, poteri finanziari e scelte strategiche sfuggano alla loro capacità di decidere. Da qui una tesi semplice: milioni di astenuti aspettano un voto che torni a contare.
La popolarità di Di Battista, del resto, non consiste in una nostalgia del vecchio M5S. Se l’è ricostruita fuori da quel Movimento, soprattutto su Palestina, guerra, riarmo e informazione.
LE PAROLE SONO FATTI
C’è poi una qualità personale che nessuno gli contesta: Di Battista sa parlare.
Detta così sembra un complimento minore. È invece una delle cose politicamente più serie che si possano dire di qualcuno.
Una parola efficace rende dicibile ciò che migliaia di persone stavano sentendo ciascuna per conto proprio. Dà un nome a un disagio o a un interesse da difendere, crea riconoscimento, e dal riconoscimento possono nascere identità, partecipazione, organizzazione.
Quando una parola incontra una domanda sociale reale, diventa potere. Lo abbiamo visto anche in figure politicamente lontanissime da noi, come Charlie Kirk, che Gabriele Guzzi definì felicemente un “combattente della parola”. Nessuna analogia ideologica: una regola generale.
Di Battista possiede inoltre una qualità rara: sa attraversare le bolle. Ha un pubblico autonomo e, quando entra nei grandi media, riesce ancora a scompaginare il copione invece di recitarlo.
Ma il timore improvviso di perderlo dalla scena ha rivelato anche una debolezza: quanto di quell’area dipende ancora da una sola persona?
Un leader conta. Ma un popolo politico non può essere un leader moltiplicato per un milione.
L’ARCIPELAGO
Quell’area, intanto, esiste già. Non coincide con una sigla: è un arcipelago. Ci sono le persone che seguono Di Battista, e quelle che seguono Gabriele Guzzi, Angelo d’Orsi, Elena Basile, Francesco Toscano e molte altre figure venute da culture diversissime; mondi costituzionali, cattolici, sociali, sovranisti, post-grillini, pezzi della vecchia sinistra, e cittadini che da nessuna di queste storie provengono.
Non sono d’accordo su tutto, e non devono esserlo. Una convergenza plurale non nasce quando tutti cominciano per miracolo a pensare allo stesso modo, ma quando persone diverse riconoscono che su alcune questioni superiori bisogna tornare a decidere democraticamente insieme: se restare in guerra o costruire la pace, se mettere le risorse nel riarmo o nello sviluppo, chi controlla l’informazione e le piattaforme, quanta sovranità economica ci resta dentro le gabbie di UE e NATO.
Sono domande su cui in questo Paese non si vota da troppo tempo.
Tra giugno e luglio, all’assemblea di Agorà e al congresso di Democrazia Sovrana Popolare, avevo posto esattamente questa domanda: come si dà una forma politica permanente a una maggioranza sociale che esiste già? E avevo aggiunto che forse erano stati giudicati male anche i più giovani: non sono necessariamente apatici, ma spesso orfani di forme adeguate.
TRE FATTI IN QUARANTOTTO ORE
È dentro questa cornice che mi ha colpito la concentrazione di tre fatti diversissimi nello stesso paio di giorni. Non c’è alcun rapporto causale fra loro, ma messi uno accanto all’altro raccontano qualcosa del tempo in cui viviamo.
Il primo è la scelta di Guido Crosetto di coinvolgere Mykhailo Fedorov nell’innovazione della Difesa italiana.
Fedorov non è semplicemente un esperto di droni. Incarna il modello ucraino nel quale Stato, industria, startup, grandi piattaforme, intelligenza artificiale e dati del campo di battaglia vengono saldati insieme con straordinaria rapidità. L’Ucraina è diventata il laboratorio della nuova guerra tecnologica e ciò che lì viene sperimentato deve ora essere trasferito e portato su larga scala.
Colpisce soprattutto la velocità differenziale dello Stato: lentissimo quando deve garantire servizi e diritti, rapidissimo quando deve finanziare, organizzare e industrializzare la guerra.
Il secondo fatto è la rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report. La vicenda non è semplice e io stesso ho avuto critiche anche severe verso Ranucci. Ma la libertà dell’informazione non può misurarsi sulla simpatia che proviamo per il giornalista coinvolto. Il punto rimane quanto spazio effettivo sia consentito, in questo Paese, all’inchiesta indipendente e al dissenso.
Il terzo è il malore che sottrae almeno temporaneamente alla scena in un momento decisivo una delle voci più forti contro la guerra e il riarmo.
Tre storie senza alcun legame, e tuttavia un’immagine sola.
Ciò che prepara la guerra dispone già di ministeri, imprese, software, capitali, consulenti e procedure accelerate. Ciò che domanda la pace dispone di un grande consenso sociale, di alcune personalità forti e di molte comunità che ancora non si parlano.
La guerra ha già un partito. La pace ha ancora un arcipelago.
PRIMA IL TERRENO COMUNE
Da mesi lavoro proprio su questo. Non a un’altra sigla, non a un contenitore che chieda agli altri di sciogliersi dentro di sé e nemmeno alla ricostruzione nostalgica del Movimento 5 Stelle, ci mancherebbe.
Lavoro a un metodo: prima il terreno comune, poi le forme. Tesi, non tessere. Prima il patto, poi i nomi. È anche l’impostazione del progetto di libro sul “partito che non c’è”: far pensare insieme mondi differenti prima di pretendere di organizzarli sotto lo stesso simbolo.
Giorgio La Pira diceva che «gli Stati cambiano, ma le città rimangono». Per me oggi significa: generosi con le sigle, gelosi con le comunità. Le sigle possono cambiare, federarsi, ricombinarsi; le comunità umane, le relazioni e i territori sono invece il patrimonio da non dissipare.
Nessuno deve rinnegare la propria storia per entrare e nessuno può illudersi di bastare a se stesso.
Soprattutto, la pace non può restare un’aspirazione morale che fa onore a chi la coltiva e non toglie il sonno a nessuno. Deve diventare politica economica, lavoro, sviluppo, sovranità, scuola, sanità, tecnologia governata democraticamente.
Perché dall’altra parte il riarmo un sistema ce l’ha già.
ADESSO, PERÒ, ALESSANDRO
Tutto questo viene dopo.
Oggi Alessandro deve guarire, e a lui e alla sua famiglia vanno l’affetto, le energie morali e, per chi crede, le preghiere di tutti noi.
Quello che è successo, però, ci ha costretti per qualche ora a guardarci allo specchio. Abbiamo visto quanto possa ancora contare una persona capace di parlare senza chiedere il permesso, quante persone continuino a riconoscersi in una domanda che nessuna forza politica rappresenta interamente e quanto sia fragile affidare quella domanda a pochissime voci.
Non dobbiamo inventare un’area che non esiste. Dobbiamo riconoscere un’area che c’è già e metterla in condizione di diventare decisione politica.
È un popolo che non si è ancora contato.
Forse il lavoro comincia esattamente da qui.
#dibattista
Il 28 agosto Guido Crosetto ha nominato consigliere per l'innovazione della Difesa Mykhailo Fedorov: fino a luglio ministro della Difesa ucraino, rimosso da Zelensky, oggi in rotta aperta con lui.
Non è una nomina tecnica. Fedorov porta a Roma un modello intero: droni, intelligenza artificiale addestrata insieme a Palantir sui dati veri del fronte, startup, venture capital, appalti senza attriti. Aveva cominciato nel 2014 candidandosi con un partito libertario che prometteva di abolire il sistema fiscale ucraino. È finito a dirigere la macchina bellica di uno Stato che in armi spende più di un quarto della propria ricchezza.
Nel frattempo, in Ucraina si contano tre morti e mezzo per ogni bambino nato. La NATO chiede il 5% del PIL. E Bruxelles ragiona su come spostare verso la difesa una parte dei diecimila miliardi di risparmi delle famiglie europee — italiane comprese.
Dicevano di europeizzare l'Ucraina. Volevano ucrainizzare l'Europa. Qui il link all'articolo di Pino Cabras.
👉 megachip.globalist.it/guerra…
𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗦𝗜 𝗖𝗢𝗦𝗧𝗥𝗨𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗨𝗡 𝗦𝗢𝗦𝗣𝗘𝗧𝗧𝗢: 𝗔𝗣𝗣𝗨𝗡𝗧𝗜 𝗦𝗨𝗟𝗟'«𝗘𝗖𝗢𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘𝗠𝗔» 𝗔𝗧𝗟𝗔𝗡𝗧𝗜𝗦𝗧𝗔
Da ieri circola un documento in inglese, pubblicato da una delle tante società di comunicazione strategica che hanno per clienti governi e organizzazioni internazionali di matrice atlantista, nel quale il mio nome compare all'interno di quello che viene chiamato l'ecosistema FIMI italiano. La sigla sta per Foreign Information Manipulation and Interference e l'ha inventata la diplomazia dell'Unione Europea (il Servizio europeo per l'azione esterna). Nel 2022 è entrata nella "Bussola strategica per la sicurezza e la difesa", il documento che fissa le priorità militari dell'Europa (una vera bibbia del Partito del Riarmo) e da allora i governi la usano come categoria ufficiale per classificare persone e siti.
Vale la pena guardare come è costruito il testo. Non contiene accuse nei miei confronti, e nemmeno l'insinuazione che io riceva istruzioni o denaro, cosa che del resto sarebbe indimostrabile. Contiene l'osservazione che ho ripubblicato un'intervista, che sul mio canale cito con una certa frequenza determinate fonti e che ho proposto un'alleanza politica fondata su «pace, sovranità e lavoro». Sono cose che ho fatto in pubblico, con la mia firma, e che chiunque poteva già leggere. Collocate però dentro un elenco popolato da RT e dai canali attribuiti al ministero della Difesa russo, producono un effetto che nessuna frase del documento si assume la responsabilità di affermare.
Il vantaggio di questa tecnica, per chi la pratica, sta nel non lasciare appigli. Non c'è un'affermazione da rettificare né un addebito che si possa portare davanti a un giudice, e resta un deposito documentale destinato a essere indicizzato, ripreso nei report successivi, riversato nelle schede che circolano fra uffici e ormai anche nelle risposte dei sistemi automatici a cui sempre più persone chiedono chi sei. Misurato giorno per giorno il danno è modesto. Non ha però una scadenza.
Sul perché esista un mercato per prodotti di questo genere ho un'opinione. Il riarmo europeo costa moltissimo, sottrae risorse a comparti che ne avrebbero bisogno e ci consegna a una dipendenza industriale e tecnologica di cui si discute pochissimo. Una scelta simile non si regge senza una minaccia che la giustifichi in permanenza, e la cosiddetta “guerra ibrida” assolve bene questo compito perché non ha mai l'obbligo di essere dimostrata. Nel momento in cui si stabilisce che il conflitto è già in corso nel campo delle opinioni, chi contesta le spese militari smette di essere un interlocutore politico e diventa un elemento del dispositivo avversario, con il risultato pratico che alle sue obiezioni non occorre più rispondere nel merito. Una sorta di Inquisizione a bassa intensità che crea un clima passo dopo passo, trasformando l’insinuazione in senso comune.
Chi ha seguito la vicenda ucraina dal 2014 ha visto strumenti simili all'opera a Kiev, dove hanno ridefinito ciò che era dicibile e chi potesse legittimamente candidarsi a rappresentare qualcuno. È un cliché ormai collaudato e facile da replicare a tavolino su scala continentale, tanto più che decine di risoluzioni dell'Europarlamento sulla “disinformazione” benedette da santa Pina Picierno hanno già preparato il terreno. Discuterne adesso, prima che diventi ordinaria amministrazione, mi pare il minimo.
Aggiungo una cosa. Una struttura che si occupa professionalmente dell'interferenza informativa altrui, e che vende le proprie analisi a governi, non rende noti i propri finanziatori. Se la trasparenza sulle fonti di finanziamento è il criterio, dovrebbe valere anche per chi lo maneggia.
Il documento è linkato qui sotto. Conviene leggerlo per intero, e soprattutto le note in fondo.
ekstrategies.org/articles/kr…
#FIMI #Riarmo #GuerraIbrida
𝐏𝐚𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐞𝐫𝐢𝐚: 𝐥'𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐬𝐢 𝐚𝐫𝐫𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐚 𝐩𝐞𝐳𝐳𝐢
𝘜𝘯 𝘢𝘣𝘣𝘰𝘳𝘥𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘖𝘕𝘜, 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 700 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘪 𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘪𝘥𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘪𝘭 𝘎𝘰𝘭𝘧𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘤𝘩𝘪 𝘣𝘰𝘮𝘣𝘢𝘳𝘥𝘢 𝘭'𝘐𝘳𝘢𝘯
All'alba di domenica 2 agosto una squadra di militari italiani si è calata da un elicottero sulla petroliera Toa Payoh, in acque internazionali a ovest di Pantelleria. Il ministro Crosetto si è complimentato per la «fermezza dimostrata». Democrazia Sovrana e Popolare esprime invece grave preoccupazione per un atto che espone il Paese a un attrito diretto con la Federazione Russa, su una base giuridica fragile e con un mandato che nessun Parlamento ha mai conferito.
𝗜 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗗𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮. Nave Thaon di Revel è l'ammiraglia di EUNAVFOR MED IRINI, missione europea il cui compito è l'attuazione dell'embargo ONU sulle armi da e per la Libia. La Toa Payoh era partita da Cotonou, in Benin, con rotta su Istanbul: nessun rapporto con la Libia, nessun sospetto di traffico d'armi. Soprattutto: la risoluzione 2292 del Consiglio di Sicurezza, che autorizzava IRINI alle ispezioni coercitive in alto mare, è scaduta il 25 maggio scorso e non è stata rinnovata. Uno strumento nato per un teatro e sotto una copertura ONU viene oggi riorientato verso un teatro completamente diverso — il contenimento della Russia — proprio dopo che quella copertura è venuta meno.
𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲. Il governo si copre con l'articolo 110 della Convenzione di Montego Bay, che consente alla nave militare la verifica della bandiera. Ma i casi previsti da quell'articolo sono tassativi: pirateria, tratta di schiavi, trasmissioni non autorizzate, assenza di nazionalità, falsa bandiera. Le sanzioni autonome dell'Unione Europea non compaiono in quell'elenco e non vincolano né il Camerun né alcuno Stato terzo: non sono diritto internazionale, sono una misura regionale. Usare la verifica di bandiera come grimaldello per far rispettare in alto mare un regime sanzionatorio unilaterale significa piegare l'articolo 110 a una funzione che non gli appartiene. È esattamente il metodo che l'Occidente denuncia quando lo praticano altri.
𝗜𝗹 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝗮𝘀𝘀𝘂𝗺𝗶𝗮𝗺𝗼. Un abbordaggio coercitivo — il comandante, dice la Difesa, non ha inizialmente collaborato — su un carico riconducibile a una potenza nucleare, condotto da militari italiani per conto dell'Unione Europea, senza mandato ONU e senza dibattito parlamentare, è un atto di forza. Non è «sicurezza del Mediterraneo»: è l'ingresso dell'Italia in una linea di frizione navale con Mosca, nella quale il rischio di incidente non è ipotetico e nella quale la prima nave a trovarsi esposta batte bandiera italiana. Chi ha deciso tutto questo? Non le Camere.
𝗜𝗹 𝗱𝗼𝗽𝗽𝗶𝗼 𝘀𝘁𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗱. Questa solerzia nell'applicare «il diritto internazionale» contro la Russia convive con un silenzio totale altrove. Da fine luglio sappiamo che dalla seconda metà di marzo l'Italia ha schierato la Task Force Air-Arabia in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein: circa 400 militari dell'Aeronautica confermati dalla Difesa, cui fonti specializzate aggiungono un contingente dell'Esercito con batterie SAMP-T. L'Arabia Saudita non rientra tra i Paesi previsti dalla scheda 4 della delibera missioni 2026 — lo hanno rilevato anche i gruppi parlamentari del Partito Democratico. Un dispiegamento durato mesi, in un Paese coinvolto nel conflitto con l'Iran, reso noto soltanto dopo la rivelazione di un giornalista. Là dove sono in gioco l'aggressione all'Iran, la guerra nello Yemen, il genocidio a Gaza, il diritto internazionale diventa improvvisamente un tema delicato. Contro Mosca torna a essere una bandiera. Il diritto invocato a intermittenza non è diritto: è propaganda.
𝗟𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗻𝗶𝗰𝗲. Papa Francesco l'aveva chiamata guerra mondiale a pezzi. I pezzi si stanno saldando. Golfo Persico, Mar Nero, Mediterraneo centrale, Baltico: teatri diversi che una sola catena di comando politico sta ricucendo in un unico fronte. L'Italia vi entra per addizioni successive, ciascuna presentata come tecnica, nessuna mai votata. Nessuna singola decisione sembra mai la decisione decisiva. È così che i Paesi entrano in guerra.
𝗖𝗵𝗶𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼:
1. che il governo riferisca immediatamente alle Camere sulla base giuridica dell'operazione del 2 agosto e sull'esistenza o meno di un'autorizzazione dello Stato di bandiera;
2. che si chiarisca in quale atto parlamentare sia stata deliberata l'estensione dei compiti di IRINI dall'embargo libico all'applicazione delle sanzioni contro la Russia, e con quali regole d'ingaggio;
3. che sia sospesa la partecipazione italiana a operazioni di interdizione navale prive di copertura del Consiglio di Sicurezza;
4. che il governo riferisca con completezza su consistenza, dislocazione, catena di comando e base autorizzativa dei contingenti schierati nel Golfo;
5. che il Parlamento riprenda la titolarità che l'articolo 78 della Costituzione gli assegna, prima che sia un incidente a decidere al posto nostro.
𝗣𝗶𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗯𝗿𝗮𝘀
Responsabile Esteri — Democrazia Sovrana e Popolare
#Pantelleria #IRINI #Cobelligeranza
CROSETTO V’INDEBITA PER COMPRARE ARMI? RISCOPRITE GALTUNG, ADESSO!
Se non siete Crosetto, Calenda, Picierno, Tocci o Meloni, e siete incazzati perché il Partito Unico del Riarmo ha appena prenotato 14,9 miliardi di debito per ingrassare l'industria della guerra, presto vi accorgerete che incazzarsi non basta. Contano proprio su questo: sulla vostra stanchezza, sull'impoverimento, su una rassegnazione che arriva molto prima della resa. E contano su una parola: Crosetto l'ha chiamata «una scelta totalmente tecnica». Ecco, quella parola è il cuore della trappola. La trappola dei No Pax - chiamiamoli così - è sofisticata, e non si disinnesca con le buone intenzioni. Serve un metodo. Direi persino una scienza.
Johan Galtung (1930-2024), norvegese, ha passato sessant'anni a costruirla. Fondò a Oslo il primo istituto dedicato alla ricerca sui conflitti, fece da mediatore in oltre cento crisi, mise in circolazione categorie che oggi si usano senza più ricordarne l'origine: violenza strutturale, pace negativa e pace positiva, giornalismo di guerra e giornalismo di pace. Lavorava come un clinico: prima la diagnosi, poi la prognosi, solo alla fine la terapia.
Incontrai la sua opera da studente, preparando l'esame di sociologia, quando oltre al manuale bisognava conoscere a menadito il suo “Gandhi oggi”. Da allora mi porto dietro la domanda che attraversava quelle pagine: come si trasforma il rifiuto della guerra in un programma politico capace di incidere sulle strutture che la producono.
Di quel metodo mi serve soprattutto un rovesciamento. Prima di domandare chi debba vincere, domandiamoci quale struttura continuerà a produrre il conflitto anche dopo la “vittoria”. È la domanda che il dibattito di questi mesi ha eliminato, ridotto com'è a due sole caselle, vittoria o resa, proprio mentre si prepara un'escalation di cui pochi osano nominare l'esito, a ottantacinque secondi dalla mezzanotte nucleare. Fra quelle due caselle sta quasi tutto il possibile, e per riconoscerlo servono strumenti che abbiamo lasciato arrugginire.
Comincio qui un percorso. Nelle prossime tappe smonteremo il conflitto europeo pezzo per pezzo, fino a una proposta di pace articolata e praticabile, con l'ambizione di renderla condivisibile molto al di là di chi già la pensa così.
Se vuoi la pace, prepara la pace.
#riarmo #SAFE #Galtung #Crosetto
📷 𝐆𝐄𝐑𝐌𝐀𝐍𝐈𝐀: 𝐀𝐑𝐑𝐈𝐕𝐀 𝐋𝐀 "𝐒𝐓𝐀𝐒𝐈 𝟐.𝟎"? 𝐋𝐀 𝐑𝐈𝐅𝐎𝐑𝐌𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐌𝐈𝐍𝐀𝐂𝐂𝐈𝐀 𝐋𝐀 𝐋𝐈𝐁𝐄𝐑𝐓𝐀̀ 𝐃𝐈 𝐒𝐓𝐀𝐌𝐏𝐀 📷
Mentre l'attenzione pubblica è rivolta altrove, in Germania sta per essere approvata una riforma dei servizi segreti (BND e BfV) che definire "inquietante" è un eufemismo.
Secondo quanto emerso dall'analisi di Liberty Media, siamo di fronte alla creazione di una vera e propria infrastruttura di sorveglianza di massa. Ecco i punti più critici della riforma:
📷 𝗦𝗽𝗶𝗼𝗻𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗶𝗹𝘁𝗿𝗶: I servizi segreti potranno sorvegliare i giornalisti e raccogliere dati senza la necessità di un'autorizzazione giudiziaria specifica, di fatto annullando il segreto professionale.
📷 𝗟𝗶𝗰𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲: Per la prima volta, gli apparati di intelligence avrebbero il potere legale di creare e diffondere fake news, manipolare informazioni e condurre cyber-attacchi.
📷 𝗢𝗯𝗶𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼 "𝗗𝗶𝘀𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼": La riforma permette di agire contro chiunque sia considerato una minaccia non solo per lo Stato, ma anche per l'Unione Europea o la NATO, includendo potenzialmente ogni critica politica legittima o inchiesta giornalistica non allineata.
📷 𝗔𝗱𝗱𝗶𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝘁𝘂𝘁𝗲𝗹𝗲: Il passaggio verso un modello di tipo "Five Eyes" rischia di spazzare via il giornalismo investigativo, rendendo impossibile la protezione delle fonti (Whistleblower).
Perché tanta fretta di approvare questo testo entro il 13 agosto? Si tratta di una necessità di sicurezza reale o di un giro di vite liberticida che potrebbe fare da precedente per tutta l'Europa?
Ne discutono i giornalisti e scrittori Pino Cabras, Roberto Vivaldelli e Mirko Molteni. In studio, Enrica Perucchietti.
📷 Buona Visione!📷
#LibertàDiStampa #LibertyMedia #Controinformazione











